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Lucio Dalla intervistato da Vincenzo Mollica parla di Noi

Quali sono in questo disco i versi che più ti somigliano ?

Quando finisco un disco lo lascio perdere e non me ne importa più niente. Ora sto pensando a un libro, cosa che non ho mai fatto… Poi non ho ancora memorizzato i versi di questo ultimo disco, per quando ci siano delle cose che mi piacciono… C'è una canzone che chiude il     disco che si chiama "Agnese delle Cocomere " e parla di un posto, a Bologna, dove andiamo tutti noi musicisti e sembra di essere al Festival Bar… Puoi Trovarci Morandi, Samuele Bersani, Ron che canta il pezzo insieme a me... tutti i produttori Malavasi, Celso Valli.. a     volte anche Vasco Rossi L'ho voluto dedicare non tanto a quel posto, quanto alla "bolognesitá" che rivendico, quasi quanto la "sicilianitá"    ipotetica ...All'inizio dice: "Più che una finestra era uno squarcio di cielo nel cielo…", ed era un abbaino dal quale io, da bambino, aspettavo la sera, vedovo il cielo da blu diventare nero, vedevo i negozi spegnere le luci mentre si accendevano le stelle, sentivo il giornale radio di allora, il campanone di piazza Grande, aspettavo l'inizio del campionato di calcio (naturalmente tifando Bologna andavo a vendere i libri,     sentivo quella sensazione della neve anche se non c'è, quel profumino strano, che non ha niente a che fare con quello dei tortellini o delle  lasagne,ma che in qualche modo li concepisce e li sente anche se non ci sono…                                                                                                  

Lucio Dalla  20 Ottobre 2003

       Agnese e Diego con Lucio

da Fonte Sito Rai di Vincenzo Mollica

 

Dal Blog di Cesare Cremonini

L'Anguria
Mi piace raccontare la mia infanzia perché è l'esperienza più comune a tutti gli esseri umani. Forse è per questo che si perde così tanto tempo durante una vita cercando di essere diversi da quello che si è realmente. Senza tregua, senza sosta si fa di tutto per trovare una via di fuga all'anonimato dell'uguaglianza, cercando cercando cercando la nostra identità, qualcosa che ci suggerisca: "IO! SONO! UNICO! E SPECIALE!". Ma è così banale andar per mare senza alcuno che sorrida lì al tuo fianco a dirti: "Non è vero!". Tutti cadiamo in qualche     modo nella trappola della vita, uscendo dalla stessa porta, la stessa che da grandi ci farà fare follie, ad occhi chiusi, grazie alla sofferenza di una madre che regala al mondo un'altra speranza, suo figlio, tu, la tua storia.E tutti impariamo a non ti con le sue spine.                                                                                                                                                                        
L'anguria che ho mangiato stasera nella mia Bologna (l'anguria dell'Agnese), mi ha ricordato una cosa buffa. Da piccoli quando si mangiava l'anguria c'era sempre aria di festa. Perché? I grandi stavano in giardino tutti seduti a chiacchierar di cose loro, a leggere, mentre noi   piccoli facevamo a gara a chi sputava più lontano i semi di quel frutto così speciale, grande, dolce, colorato, estivo. Nonna buona, felice,nonno sordo contadino, mamma bella ed ex ragazza, babbo serio e dottorone, zio simpatico e dolcissimo, zia biondissima mia zia,fratellone compagnone, cugino già ometto con la barba, campagna solitaria al tramonto, verde e profumata. Le galline stupidine che si        beccano a dispetto. Quel cagnone, così vecchio e permaloso. Nascere e crescere in campagna mi ha fatto bene. Si giocava al mercato con   gli avanzi della frutta che il nonno vendeva la mattina. La mia "ninna nanna" per tanto tempo è stata questa, cantata dalla mia mamma       (stonatissima): "Don don don don, la mi mamma le andè a massa, il mi papà l'è andè al merchè! Don don don don!". E se non riuscivo a dormire il babbo (non volentieri) veniva a raccontarmi la favola. Sempre la stessa. Un asino si perdeva in campagna, dove abitava, e mentre cercava la via del ritorno veniva a piovere. Poi i tuoni, i fulmini, e lui spaventato si perdeva nella nebbia, probabilmente ferito.      Un'ansia! No. In effetti la mia infanzia non è stata molto comune. Se neanche la favola ci addormentava mio padre passava al piano B.  Le temibilissime preghiere. Al secondo Padre Nostro io facevo già finta di dormire. Le coperte su cui dormivamo erano state cucite a      mano, questo già lo sapevo, e mi piaceva il contatto col lino grezzo, un po' ruvido, ma fresco! Non dormivo mai, un po' come adesso. Ascoltavo i rumori della campagna, e mi chiedevo quali mostri si nascondessero nell'armadio, mentre mio fratello ronfava sereno. Se mi    prendevo troppa paura veniva il momento "Maammmmaaaaaaaaaaa!". Al terzo richiamo era già lì, sempre dolce e gentile. E mi baciava e mi dava la manina, raccontandomi la sua favola per me. Una storia sempre diversa ogni volta, ma con gli stessi protagonisti. Tartaruga Ruga, Giraffa Raffa. Quando se ne andava ancora non dormivo, ascoltavo i suoi passi che silenziosi si allontanavano convinti di avermi   addormentato, seguivo il suo percorso col pensiero fino a quando il rumore del suo corpo che si sdraiava sul suo letto non mi suggeriva di   nuovo il silenzio. Poi qualcosa mi rapiva, piano piano, e mi portava sognando fino al mattino. "Ora vivo da solo in questa casa buia e desolata, il tempo che davo all'amore lo tengo, solo per me. Ogni volta in cui ti penso mangio chili di marmellata. Quella che mi nascondevi tu. L'ho    trovata".                                                                                                                                                                                                               
Cesare Cremonini Sabato 19 Agosto 2006

                Diego con Cesare e Ballo nel 1999

 
     
 

 
               

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